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L’ERMINIA (una storia tra fantasia e ricordi)

  • Immagine del redattore: La blogger cialtrona
    La blogger cialtrona
  • 16 nov 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Si chiamava Erminia e, spingendo faticosamente il suo carretto, portava al mercato di Piazza delle Vettovaglie, tutti i mercoledì, le uova fresche, i suoi prodotti dell’orto, le sue erbe.

Cicoria, pimpinella, erbe di campo, bietola, radicchio.

Quando nonna mi portava con lei a fare la spesa al mercato, il mercoledì lei rappresentava una delle fermate obbligatorie.

Prodotti stagionali, un po’ di nicchia.

Nessuno, ad esempio, teneva la pimpinella, oltre a lei.

Era una vecchietta piccola di statura, vestita sempre di scuro, come si confaceva alle vedove del tempo.

Le uniche note di colore, nel suo abbigliamento, erano il grembiale annodato in vita, nelle cui capienti tasche riponeva le poche lire che ricavava con la vendita delle sue erbe, e la pezzola con cui nascondeva i capelli grigi, accessorio oggigiorno quanto mai desueto ma assai diffuso nelle generazioni dell’epoca.

Viveva in campagna nei dintorni di Pisa, in una casupola isolata, in compagnia di Urrì, il cane bianco e nero di razza imprecisata che con i suoi latrati la avvertiva dell’arrivo inaspettato di qualche visitatore.

Un orticello ben tenuto, qualche gallina, un paio di conigli.

L’Erminia non aveva figli, era sola al mondo.

Dalla morte del marito aveva rapporti con altre persone solo il mercoledì, quando si recava al mercato in città.

La vita aveva scavato solchi profondi nel suo volto, la pelle bruciata dal sole e dalle intemperie aveva assunto un colorito bronzeo, la schiena si era incurvata sotto il peso degli anni e della posizione con cui raccoglieva le sue amate erbe aromatiche.

Eppure sulla bocca era sempre stampato un mezzo sorriso.

La solitudine non le pesava.

Sapeva come la chiamavano nella zona.

Per tutti era LA STREGA, per questo tutti si tenevano lontani da casa sua e nessuno andava mai a farle visita.

Su di lei mille storie passate da bocca a bocca, magari attorno al fuoco del camino per terrorizzare i bambini.

“Guarda che se non fai il bravo viene L’Erminia e ti porta via!”

Così, anno dopo anno, il suo andar per boschi e per campi alla ricerca di erbe rare, si era fatto sempre più solitario.

Non se l’era mai presa.

In fondo chi erano, realmente, le streghe?

Erano erboriste ed ostetriche osteggiate ed eliminate perché minavano lo strapotere maschile dei cerusici della Chiesa.

Lei, almeno, non l’avrebbero bruciata sul rogo.


Quando percorreva i suoi sentieri segreti all’interno dei boschi, la natura sembrava parlarle, i suoi sensi erano all’erta, riusciva a riconoscere le mandibole all’opera di una larva all’interno della corteccia di un albero, così come riconosceva all’olfatto la vicinanza di un fungo o di un’erba aromatica.

Era felice in mezzo alla natura, non le pesava la solitudine.

Però iniziava a pesarle l’età.

Tanto.

E pure quella malattia che stava divorandola dall’interno, proprio come fa un verme all’interno di una mela.

Non avrebbe resistito a lungo. Lo sapeva.

Non voleva morire in casa, lasciando tutto in sospeso.

Così, un martedì, tirò il collo alle sue galline, le spennò e le preparò per la vendita. Fece lo stesso con i conigli.

All’alba del mercoledì caricò tutto sul carretto e si avviò verso la città, col suo passo lento.

I clienti mostrarono di gradire molto questa novità, vendette a buon prezzo gli animali, le tasche del suo grembiule floreale erano piene, stavolta.

Con il carretto vuoto tornò a casa.

Preparò un bel pentolone di cibo per Urrì, che le scodinzolava intorno, e lo sfamò. Poi lo legò con una cordicella a mo’ di guinzaglio e si incamminò verso il paese.

Bussò alla porta dell’abitazione del prete.

Don Felice era un brav’uomo, si era occupato, anni prima, del funerale del marito e si recava, ogni Pasqua, a benedire la casa dell’Erminia, a fare due chiacchiere con lei ed a fare due carezze ad Urrì. La sua era l’unica visita che riceveva di anno in anno.

Brevemente, senza neppure entrare in casa, spiegò a Don Felice che doveva allontanarsi per un po’ da casa, consegnò Urrì alle sue cure, lasciandoli anche tutti i soldi che aveva guadagnato la mattina al mercato.

Il prete, tenendo con una mano Urrì che uggiolava e con l’altra i soldi, si soffermò pensieroso ad osservare l’ombra dell’Erminia che si allontanava nella luce del tramonto.

Tornata a casa si cucinò una buona minestra, rassettò la cucina e, stanca ma soddisfatta, andò, per l’ultima volta, a dormire nel suo letto.

La mattina si alzò di buon’ora, rifece il letto, sistemò alla bell’e meglio la casa, chiuse le imposte, la porta, e si incamminò verso il bosco.


L’ombra la avvolse e gli alberi sembrarono richiudersi dietro il suo passaggio.

Il mercoledì successivo molti clienti affezionati cercarono il carretto dell’Erminia inutilmente.

Iniziarono a chiedersi come mai non si fosse presentata, se qualcuno sapesse dove abitava, da dove venisse. Nessuno lo sapeva di preciso.

Dell’Erminia nessuno seppe più niente.

I paesani iniziarono a raccontare storie su come la strega fosse volata via in una notte di luna piena, le leggende sul suo conto si moltiplicarono.

Per mesi i suoi clienti continuarono ad aspettarla poi, lentamente, si dimenticarono di lei.


Nessuno mangiò più la pimpinella.



Foto mia.





 
 
 

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