Era una notte buia e tempestosa...
- La blogger cialtrona

- 29 dic 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Ho scoperto di essere una ragazza fortunata perché mi hanno regalato un sogno.
E sono poche le cose di cui ho bisogno.
Una di queste è scrivere, mettere giù parole che si inseguono l'un l'altra, dando loro un ordine rigoroso ed armonico; riuscire a catturarle per fissarle su di un foglio o su un monitor mentre corrono via veloci ed effimere; sostantivi che trovano la perfetta simbiosi con un aggettivo qualificativo che li arricchisce ed eleva; verbi da declinare per modo, tempo e persona; pensieri che cercano di prendere forma e diventare vivi, reali, non più tanti solitari eco che rimbombano dentro una mente affollata.
Quando passano troppi giorni o settimane senza quel ticchettare poco ritmico del mio dito indice sulla tastiera del computer, provo inquietudine, mi manca quel suono che è ormai, nella mia mente, associato alle idee.
Il suono delle idee che prendono vita.
Basta poco, alla fin fine, per scatenare questa alta marea, per far tracimare il fiume della mia creatività.
Questa volta, ad esempio, è bastato un post ironico con Snoopy, il brachetto più amato del mondo, a farmi sgorgare questo mare di parole.
Ho iniziato a pensare.
Per prima cosa alla grandezza ed all'importanza dell'incipit giusto in una qualsiasi opera letteraria.
L'incipit è fondamentale, è fantastico da creare e da leggere.
Una volta, parlando con un amico, immaginammo un libro fatto di soli incipit.
Io, ad esempio, che scrivo di getto una serie infinita di brevi pensieri sconclusionati, non riesco a scrivere storie lunghe, men che meno un romanzo.
Mi perdo molto prima.
Sono da una botta e via, una scribacchina mordi e fuggi.
Perdo il filo e lo spessore dell'idea dopo poco.
Proprio per questo sono convinta che l'incipit sia di una straordinaria importanza, che racchiuda in sé, a volte, l'intero valore di una storia.
Il finale non è quasi mai alla sua altezza.
Ho letto libri di gran spessore che si perdevano proprio nell'ultimo capitolo, ho visto film avvincenti che cadevano rovinosamente in basso per colpa del finale banale, scontato, telefonato.
Scrivere la fine di una storia è la cosa più difficile al mondo, secondo me.
Lo impariamo ogni giorno della nostra vita sulla nostra pelle.
E' un po' come quando immaginiamo, pieni di aspettative eclatanti, un qualcosa che poi, quando lo vivremo, non sarà mai lontanamente all'altezza della nostra fantasia.
Nel libro "Le voci della sera" di Natalia Ginzburg c'è una frase bellissima che descrive proprio questo fenomeno in modo eccelso:
"Avevo immaginato tutto, con troppa chiarezza. Avevo immaginato te e me, qui, in questa stanza, in questa casa. Avevo immaginato tutto, con una tale precisione, fino ai minimi particolari. E quando si vedono le cose future con tanta chiarezza, come se già stessero succedendo, allora è segno che non devono succedere mai. Perché son già successe, in un certo senso, nella nostra testa, e non è più consentito di provarle davvero."
Fantastica descrizione, non trovate?
Torniamo all'incipit.
Spesso, di libri classici studiati a scuola per dovere e non per piacere, proprio le prime frasi saranno quelle che ci resteranno ancorate nella mente nonostante la polvere del tempo che ricopre i ricordi e l'affollamento dei pensieri accumulati negli anni.
Se pronuncerò le parole "Ei fu" tutti penseremo al 5 Maggio, al Manzoni ed a Napoleone.
Esempi ce ne sono a bizzeffe.
Incipit che non scordiamo neppure volendo, che restano lì, ancorati nella melma della nostra mente pronti a riaffiorare a comando.
Ma sapete una cosa?
Non sempre questo è limitato ai grandi vati della letteratura e della storia.
Cultura non è solo Dante o Omero.
Cultura è anche un brachetto che, seduto sul tetto della propria cuccia, scrive a macchina il suo romanzo, striscia dopo striscia.
"In una notte buia e tempestosa,
mi ritrovai in una selva oscura,
con le donne, i cavalier, l'arme
e l'ira funesta del pelide Achille."




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